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Europeo 1988: la finale Olanda – URSS

L’inizio della leggenda
Monaco 88
12 min

Siamo all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, dove Olanda e Unione Sovietica si contendono l’Europeo 1988. Da una parte, c’è la squadra guidata da Rinus Michels, il padre del Calcio Totale, che torna a guidare la nazionale olandese in una finale internazionale dopo il Mondiale perso contro i tedeschi nel 1974. Le sue stelle sono tre giocatori molto cari ai milanisti e a Silvio Berlusconi: Marco Van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard. Dall’altra parte, la corazzata guidata dal colonello Valeriy Lobanovskyi, per trent’anni dominatore del calcio sovietico. La parata di stelle sarà decisa dal canto di un cigno, che segna, forse, il più bel gol della storia del calcio.

La nascita del Milan degli Olandesi

È il 20 febbraio 1986 e un vento di cambiamento sta imperversando sulla Milano calcistica. La città meneghina è abituata ad essere sulla cresta dell’onda nella Penisola e in Europa, sia dentro che fuori dal campo, ma da qualche annetto i trionfi nerazzurri e rossoneri sembrano ingiallirsi, invecchiati dal dominio bianconero.

Lo scudetto manca in città dall’estate dell’80, quando a sollevare la coppa erano stati gli interisti di un giovane Beppe Bergomi. Se la sponda nerazzurra non viveva certamente i suoi anni migliori, sull’altro lato dei Navigli c’era chi stava decisamente peggio: per il Milan gli anni ’80 si sono aperti con lo scandalo Totonero e la retrocessione d’ufficio in B, seguita dal ritorno in A e l’immediata discesa, stavolta sul campo, nella serie cadetta. Dopo qualche anno di transizione, il club è sull’orlo del fallimento, quando un giovane imprenditore milanese, destinato a cambiare nel bene e nel male le sorti calcistiche e politiche del paese, decide di acquistare la società per riportare i Rossoneri sul tetto d’Europa: si tratta, naturalmente, di Silvio Berlusconi.

Il neopresidente capisce immediatamente quale sia la strada da seguire per compiere il suo folle piano, ovvero quella del denaro, e nella prima estate acquista Donadoni, Bonetti, Galderisi, Massaro e Galli. La prima annata berlusconiana si conclude con un buon quinto posto ma per l’eccentrico imprenditore non è abbastanza: via Liedholm, dentro il giovane Arrigo Sacchi, la cui modernissima idea di calcio, fatta di controllo dello spazio e pressione, è sostenuta da due innesti olandesi: Marco Van Basten e Ruud Gullit.

Il primo è una prima punta di grande eleganza e spietatezza ma con qualche infortunio di troppo mentre il secondo è un giocatore offensivo totale, protagonista del PSV dominatore in Olanda e vincitore, appena dopo la sua partenza, della Coppa dei Campioni 1988. Van Basten parte bene ma si infortuna alla caviglia mentre Gullit prosegue nel suo anno solare trionfale che si conclude con la vittoria del Pallone d’Oro 1987, quando il Milan inizia la sua rimonta sul Napoli di Maradona che culmina nello Scudetto 1988.

Quell’anno, il 1988, segna un prima e un dopo nella storia milanista: prima c’è Totonero, la B, le difficoltà economiche, poi c’è il Milan degli Immortali, per molti, la più grande squadra della storia del calcio italiano. Il 1988 dà il via all’era del Milan degli Olandesi, che si presentano all’Europeo tedesco pronti a cancellare l’eterna narrativa Orange dei belli ma incompiuti, pronti a consegnare il primo titolo internazionali ai Paesi Bassi.

Sulla panchina c’è il burattinaio della nazionale bella e incompiuta per eccellenza, Rinus Michels, il profeta del calcio totale, che nel 1974 era andato così vicino alla Coppa del Mondo, sconfitto proprio dai tedeschi.

Europeo 1988: Ruud Gullit e Marco Van Basten con la maglia del Milan
Due terzi degli olandesi più famosi al mondo (📷/Getty Images)

Europeo 1988

Ai nastri di partenza dell’Europeo 1988 ci sono tutti, o quasi. Mancano solo i campioni in carica, quei francesi dominanti del campionato di casa che sono rimasti vittima del ritiro di Le Roi e dalla mancanza di un ricambio generazionale. Il format è sempre lo stesso da 8 squadre divise in due gironi, con il paese ospitante qualificato di diritto.

Girone A (degli Azzurri)

In Italia, è finita l’era Bearzot e al suo posto siede Azeglio Vicini, da dieci anni sulla panchina dell’under 21 e protagonista di un Europeo giovanile spettacolare, perso ai rigori con gli spagnoli nell’86. Il nuovo CT porta dal suo gruppo i talenti di Zenga, Maldini, Ferrera, Donadoni, Giannini, Vialli e Mancini, che si uniscono al gruppo storico di Ancelotti, Bergomi, Altobelli e Baresi. L’avventura europea italiana passa dal gruppo 2 delle qualificazioni, che gli Azzurri vincono agevolmente, segnando 16 reti in 8 partite, 10 delle quali per Altobelli e Vialli, e consegnandoli alle porte dell’Europeo il titolo di squadra simpatia per il gioco espresso.

Nel girone A, la nazionale di Vicini affronta i tedeschi (vestiti, concedetemi un’opinione non richiesta, con una splendida maglia bianca con il tricolore nero, rosso e giallo sul petto) guidati dal Kaiser stavolta in panca, gli spagnoli, guidati da un Butragueno giunto terzo nel Pallone d’Oro di Gullit, e i danesi, semifinalisti uscenti e sorprendenti protagonisti del Mondiale messicano. 

L’Europeo si apre a Dusseldorf con Germania dell’Ovest-Italia, sbloccata da Roberto Mancini, che si sfoga correndo verso la tribuna stampa per urlare qualcosa ai giornalisti sempre critici nelle sue esperienze azzurre. Neanche il tempo di esultare e una distrazione di Zenga porta ad una punizione a due in area di rigore, trasformata da Brehme per il pareggio finale. L’1-1 iniziale rende decisivo lo scontro con gli spagnoli, risolto dalla rete di Vialli ad un quarto d’ora dalla fine mentre i tedeschi vincono 2-0 condotti dal romanista Rudi Voller. Dunque, il girone si chiude con Germania e Italia qualificate a quota cinque, con i tedeschi avanti per la differenza reti.

Roberto Mancini in gol con la nazionale all'Europeo 1988
Mancini in nazionale, già visto (📷/Getty Images)

Girone B

Il girone B è ancora più interessante. Innanzitutto, c’è l’Unione Sovietica guidata dal colonello Lobanovskyi, che aveva portato prima nei paesi sovietici e poi in tutto il mondo una nuova idea di calcio basata sulla prestanza fisica, sull’aggressione e su un principio molto semplice: l’efficienza del sistema è maggiore della somma delle singole individualità che lo compongono.

Sia chiaro, pensare al gioco del colonnello come un calcio difensivo basato sulla forza bruta è un grave errore perché nessuna squadra, come quelle guidate da Lobanovskyi, è mai stata in grado di cambiare il proprio abito così tante volte e così radicalmente in pochissimo tempo. Dapprima, devi affrontare una squadra in cui c’è totale intercambiabilità dei ruoli, sulla base del Calcio Totale e del suo padre-nemico Maslov, la partita dopo ti trovi di fronte una squadra compattissima con tanto di libero all’italiana; passa un’altra settimana e la difesa del colonnello mette sistematicamente in fuorigioco gli avversari, giocando con una linea altissima degna del Milan di Sacchi.

Insomma, Lobanovskyi non era solo un eccellente preparatore e uno straordinario tattico, ma un vero e proprio scienziato del gioco, che cercava il sistema migliore per ogni avversario, manipolando la spazio a suo vantaggio. Al tempo lo chiamavano calcio del Duemila, oggi possiamo dire che non ci siano andati così lontani.

L’altra grande favorita del girone è l’Olanda di un altro genio indiscusso della storia del calcio: Rinus Michels. Il profeta del Calcio Totale non guida più l’estro di Cruyff ma quello dei milanisti Gullit e Van Basten davanti e dello stopper dello Sporting Lisbona Frank Rijkaard. Dei lusitani lo è solo sulla carta, perché è stato acquistato nel gennaio di quell’anno dall’Ajax ma, arrivato troppo tardi per l’inserimento nella lista UEFA, è stato girato agli spagnoli del Real Saragozza dove ha giocato poche partite prima di infortunarsi. Michels ha un po’ abbandonato il calcio estetico della grande nazionale degli Anni ’70 e si è orientato verso il canonico 4-4-2, affidandosi all’estro da Pallone d’Oro di Ruud Gullit. 

A chiudere il girone, ci sono due vicini di casa isolane i cui paesi sono da anni al centro di un conflitto interno, raccolto dai versi del celeberrimo brano degli U2 Sunday Bloody Sunday, che recitano “There’s many lost, but tell me who has won?”.

Sono passati meno di tre anni da quando Patrick Magee, membro dell’IRA, ha fatto esplodere la suite di Margareth Tatcher, miracolosamente illesa, rivendicando l’atto dicendo “Si è voluto stanotte colpire l’intero Gabinetto britannico ed i guerrafondai del Partito Tory. Il Primo Ministro Margaret Thatcher si renderà ora conto che non può invadere il nostro paese, uccidere la nostra gente e torturare gli irlandesi pensando di passarla liscia. Oggi siamo stati sfortunati, ma ricordate: a noi basta essere fortunati una volta sola, mentre a voi serve essere fortunati sempre“.

E passeranno solo 5 anni prima che i Cranberries scrivano la loro famosissima “Zombie”, dedicata alla memoria di due ragazzi inglesi rimasti uccisi da un attentato dell’IRA il 20 marzo 1993. Insomma, Inghilterra-Irlanda è come sempre solo una partita di calcio ma è anche molto di più, quando le due nazionali scendono in campo sul prato di Stoccarda dove si apre il girone. Il match è vinto a sorpresa dagli irlandesi, grazie ad un’incornata Houghton dopo appena sei minuti. 1-0 e festa verde.

Europeo 1988: Irlanda in gol contro l'Inghilterra
Come sempre succede, Irlanda contro Inghilterra (📷/Getty Images)

L’altra partita d’inaugurazione, Olanda-URSS, vive nel suo preludio una sorpresa forse ancora più grande: Marco Van Basten non è la punta titolare dell’Olanda. Lobanovskyi schiera una formazione difensivista, con tanto di libero tra i centrali, e grazie all’organizzazione difensiva porta a casa il match con un gol di Rac. Il cigno di Utrecht è furibondo e minaccia l’addio alla competizione, evitato grazie alle mediazioni della dirigenza rossonera e alla rassicurazione che da quel momento in poi non verrà tolto dal campo.

La risposta di Van Basten è perentoria: tripletta all’Inghilterra e Olanda di nuovo in lotta per le semifinali. L’Irlanda però è dura a morire e prima pareggia con l’Unione Sovietica dopo essere stata avanti fino al 75esimo, poi costringe gli olandesi sullo 0-0 fino all’80esimo della gara decisiva contro i Tulipani, che hanno bisogno di una vittoria per passare. Per fortuna di Michels, Kieft segna il gol qualificazione e URSS e Paesi Bassi avanzano alle semifinali, anche se gli applausi sono tutti per gli irlandesi mentre gli inglesi escono dalla competizione senza neanche un punto. Le semifinali sono dunque Unione Sovietica-Italia e Olanda-Germania dell’Ovest.

Gullit capitano dell'Olanda all'Europeo 1988
“Gullit è come cervo che esce di foresta” (📷/Getty Images)

Le semifinali: Unione Sovietica-Italia e Olanda-Germania Ovest

La prima semifinale è combattutissima e, dopo un rigore per parte segnati da Matthaus e Koeman, la decide Van Basten, con un gol in scivolata a due minuti dal termine. Per il Beckenbauer allenatore è il primo fallimento sulla panchina tedesca, anche se saprà riscattarsi due anni dopo durante le Notti Magiche di Italia ’90, come purtroppo ben sappiamo. Per l’Olanda, è la terza finale internazionale della loro storia, dopo le due sconfitte mondiali consecutive proprio contro Beckenbauer e contro l’Argentina. 

L’altra semifinale è teatro di uno dei celebri spettacoli trasformisti di Valeriy Lobanovskyi: l’Unione Sovietica è nella sua forma più moderna e abbatte gli Azzurri grazie alla corsa, l’aggressione e la fluidità del Calcio Totale marchiato Colonnello. Al 60esimo, i sovietici fanno partire una combinazione sinistro-montante che manda KO la giovane nazionale di Vicini. Quella generazione vivrà il proprio parziale riscatto proprio ai Mondiali italiani, grazie alle meraviglie di Totò Schillaci.

La finale è dunque segnata: Olanda-Unione Sovietica. E vista la prestazione contro l’Italia, i favoriti sono proprio i sovietici.

Europeo 1988: Marco Van Basten
L’incredibile gusto estetico di fine anni ’80 (📷/Getty Images)

La finale dell’Europeo 1988: Olanda – URSS

Europeo 1988: Le formazioni iniziali di Olanda e URSS

L’inizio di partita è un manifesto dei problemi del calcio di fine ’80: le formazioni speculari diffuse in tutto il mondo si concentrano più sull’aspetto tattico e difensivista, il regolamento premia eccessivamente gli interventi ruvidi dei difensori, che falciano gli attaccanti ogni volta che l’equilibrio si rompe e fondamentalmente gli attacchi consistono di rilanci lunghi nella speranza di qualche buco altrui.

Proprio questa deriva del calcio porterà la FIFA a cambiare molte parti del regolamento ad inizio anni ’90 per favorire giochi più propositivi, come con la modifica del fuorigioco, l’inserimento dei provvedimenti disciplinari e l’introduzione dei tre punti per vittoria.

Primo Tempo

Nei primi 30 minuti di Olanda-URSS non succede assolutamente nulla, anche se i sovietici sembrano controllare meglio il campo mentre negli olandesi spiccano solo le chiusure di Rijkaard.

Al 31esimo c’è la prima occasione del match ed è proprio per gli uomini del colonello: solito lancio lungo per Belanov, controllo e scarico per Lytovchenko che scarta e calcia da solo dal limite dell’area tra le braccia di Van Breukelen. Sul ribaltamento di fronte, punizione al limite per gli olandesi e quando Koeman sembra pronto a scaricare uno dei suoi missili mancini, e i tifosi doriani ne sanno qualcosa, Gullit fa due passi e calcia un missile a giro, salvato con la mano di richiamo da Dasayev in angolo.

Dal corner, i sovietici respingono sui piedi di Koeman, che crossa al centro per Van Basten, sponda per Gullit che incorna tutto solo dal cuore dell’area alle spalle del portiere URSS: 1-0 Olanda. Si direbbe, gol sbagliato, gol subito.

Passano pochi minuti e i sovietici sembrano pronti a reagire: palla sporca in area che rotola sui piedi di Belanov al limite dell’area piccola ma l’ex Pallone d’Oro colpisce con le spalle indietro e la palla vola in curva. Il primo tempo finisce con gli olandesi in vantaggio ma a brillare in campo è stato solo Frank Rijkaard, sempre puntuale nelle chiusure e preciso nell’impostazione. E forse, questa stessa impressione l’ha avuto anche Arrigo Sacchi mentre cercava il pezzo finale della sua macchina da guerra.

Secondo Tempo

La ripresa inizia con lo stesso andamento: tanta battaglia, falli e poca tecnica, finché il cross di Muhren finisce sul piede destro di Marco Van Basten. Nella storia del calcio, sono stati segnati tanti grandissimi gol che hanno lasciato gli appassionati senza parole, ma esiste una categoria a sé stante di marcature, sopra al resto, nell’Olimpo del pallone, che restano inspiegabili ogni volta che le riguardi, anche se l’hai già viste un milione di volte.

Il gol di Maradona all’Inghilterra, la rovesciata di Ronaldo alla Juventus, gli slalom di Messi contro Athletic Bilbao e Real Madrid ma nessuno lascia quello sconcerto in bocca più della rete nella finale del 1988 del Cigno di Utrecht. Break di Van Tiggelen a centrocampo, apertura per Muhren a sinistra che crossa un pallone lungo, lunghissimo per essere calciato in porta, ma che finisce sui piedi del milanista.

Più tardi racconterà che in quel momento pensò di avere di fronte due alternative: stoppare il pallone e affrontare la difesa sovietica oppure rischiare calciando. Un po’ stanco per dribblare tutti, impatta con il collo del piede destro praticamente dal lato destro dell’area di rigore, il pallone scavalca il portiere e si infila sotto l’incrocio dei pali opposto: 2-0 Olanda e quinto gol per Van Basten nell’Europeo, ovviamente capocannoniere.

Passano pochi secondi dal calcio d’inizio e i sovietici capiscono che per loro non sarà giornata di gloria. Punizione dal lato destro, mischia in area che porta il pallone sui piedi di Belanov, che gira di sinistro sul palo a portiere battuto. Respinta della difesa olandese, palla nuovamente in mezzo e Van Breukelen fa un’uscita totalmente insensata travolgendo Hocmanaŭ con la palla destinata al corner: calcio di rigore.

Belanov va sul dischetto per redimersi ma il forte tiro incrociato verso sinistra finisce in bocca al portiere, che vince la battaglia dei riscatti. Da quel momento, l’URSS sembra sfiduciata e sulle gambe dopo lo straordinario sforzo con gli azzurri, mentre gli olandesi continuano a costruire per Koeman e Wouters in contropiede. Proprio come il proprio paese che arranca colpito al cuore durante gli anni della perestrojka, il gigante sovietico sembra tramortito dal colpo di Van Basten e dagli errori di Belanov.

Quest’immagine da colosso ferito sarà l’ultima rimasta al calcio europeo della grande Unione Sovietica calcistica, che giocherà i Mondiali italiani per la prima volta senza l’imponente CCCP sulla maglia mentre sarà costretta a disputare l’Europeo ’92 sotto il nome di Comunità degli Stati Indipendenti, dopo la definitiva dissoluzione dell’URSS.

Per l’Olanda è la fine di un incubo e il sollevamento della Coppa del Cigno di Utrecht segna l’inizio del triennio di dominio del trio Van Basten, Gullit, Rijkaard.

Europeo 1988: Marco Van Basten con il trofeo degli Europei
Alzala, Marco Van Basten alzala (📷/Getty Images)

L’era dei tre Olandesi: Van Basten, Gullit, Rijkaard

La neo-possibilità di tesserare un terzo straniero per i club italiani sarà colta al volo da Arrigo Sacchi, che scarterà l’argentino Claudio Borghi, amato da Berlusconi, per aggiungere il pezzo finale del suo puzzle perfetto ma non in difesa, dove Rijkaard giocò tutto l’Europeo, ma a centrocampo dove Frank diventerà uno dei migliori interpreti del ruolo di mediano.

Per sintetizzare il dominio dell’epoca dei tre olandesi del Milan, basta citare qualche vittoria e riconoscimento: Pallone d’Oro 1988 che recita Van Basten-Gullit-Rijkaard, Coppa Campioni 1988/89 e 1989/90 dominate, con annesse Coppe Intercontinentali, e campionati 1991/92 e 1992/93 vinti con Capello in panchina. Se Gullit e Rijkaard lasceranno dopo la sconfitta in finale nella Coppa Campioni 1992/93, Van Basten rimarrà formalmente fino al 1995, vincendo un altro campionato e un’altra Coppa Campioni, ma non giocherà più un minuto nelle sue ultime due stagioni a causa di una caviglia mai veramente sana che lo costringerà al ritiro, appena 30enne, davanti ad una San Siro in lacrime.

Ritiro che Van Basten ricorderà così: “C’era tristezza ovunque. Quella del pubblico, e la mia. Correvo, perché non volevo far vedere che zoppicavo, battevo le mani alla gente. E intanto pensavo che non c’ero già più, mi sembrava di essere ospite del mio funerale. Quella sera pensavo soltanto che la mia vita era stata il calcio. Adesso era diventata una fogna. Avevo il fegato a pezzi per gli antidolorifici. Avevo un dolore pazzesco a quella caviglia maledetta. Ero disperato. Dopo, quando ne sono uscito, ho capito di aver vissuto qualcosa di simile alla depressione”. Un talento abbagliante, strappato al calcio dai suoi infortuni, ma che vivrà in eterno con quel gol, al 54esimo minuto della finale dell’Europeo 1988 a Monaco di Baviera.

Ritiro dal calcio giocato di Marco Van Basten
Uno dei momenti più tristi della storia del calcio (📷/Getty Images)

Abbiamo scritto anche delle altre edizioni degli Europei: ’68, ’72’76’80’84, ’88, ’92, ’96, ’00

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