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Europeo 2012: la finale Italia – Spagna

Il trionfo del passaggio
Kiev 2012
13 min

Sin dai primi momenti in cui il pallone è stato calciato in partite organizzate, il gioco del calcio si è diviso in due grandi movimenti strategici: il calcio di possesso, basato sulla trama dei passaggi, e il calcio diretto, orientato più al dribbling e ai duelli dei singoli. Negli anni gli stili si sono incrociati, mischiati e raggiunto forme ibride ma tutt’oggi, 140 anni dopo la prima sfida tra i passatori scozzesi e i dribblatori inglesi, la soluzione dell’enigma non è stata raggiunta e ci si chiede “cosa funziona meglio tra calcio diretto e possesso palla?”.

Probabilmente si tratta di ere, di azione e reazione della controparte, di lotta continua eraclitea tra opposti interdipendenti, che tentano di prevalere l’uno sull’altro ma che sono definiti l’uno dall’altro e pertanto non riusciranno mai completamente a prevalere. Tuttavia, nel 2012, la lotta sembra vinta e a festeggiare è il passaggio che sul ring dello Stadio Olimpico di Kiev solleva il braccio all’aria, certo di aver annichilito la resistenza del suo fratello avversario. La penultima tappa della nostra storia europea è un viaggio nel cuore del trionfo del passaggio.

Le origini del calcio di possesso

Il Queen’s Park Club e l’arte del passaggio

30 novembre 1872, Partick, Glasgow. All’Hamilton Crescent, si gioca Scozia-Inghilterra, il primo della storia e, conseguentemente, il primo incontro tra nazionali nella storia del calcio. Gli inglesi scendono in campo con Baker tra i pali, Greenhalgh in difesa, Chappell e Weich a centrocampo, Brockbank, Clegg, Kirke-Smith, Ottaway, Chenery, Maynard e Morice in attacco: modulo 1-2-7.
Il gioco inglese è diretto discendente del rugby e vuole mostrare tutta la sua virilità mentre la linea offensiva attacca uno alla volta gli avversari attraverso dribbling, basato totalmente su velocità e forza.

Promotional poster for the first association football international, England v. Scotland, played at Hamilton Crescent
Locandina per promuovere il match (📷/TheFA)

Gli scozzesi schierano Gardner in porta, Kerr e Taylor in difesa, Thomson e Smith a centrocampo e Smith, Lechie, Rhind, McKinnon, Weir e Wotherspoon in avanti: 2-2-6. La Scozia in realtà è composta interamente dai giocatori del Queen’s Park Club di Glasgow, la prima squadra di calcio scozzese, che aveva innovato il gioco sviluppandone una versione più sofisticata, basata non più, o meglio non solo, sulla forza fisica ma su una nuova arte: il passaggio.
Non parliamo certamente dei funamboli del possesso dei giorni nostri ma quella nuova tattica così sorprendente per i robusti inglesi, permette agli scozzesi, che sul piano fisico pagano un evidente gap ai cugini britannici, di strappare uno 0-0 che sa di vittoria.

Il campo di Hamilton Crescent dove fu giocata la partita tra Scozia e Inghilterra
Il campo di Hamilton Crescent dove fu giocata la partita tra Scozia e Inghilterra (📷/GettyImages)

Una partita che immediatamente da due lezioni importanti: la prima è che non è il numero di attaccanti a determinare quanti gol vengono segnati in una partita di calcio; la seconda è che nel pallone individualità e fisico non sono sufficienti quando si scontrano con un gioco corale.
In quel prato, perché di campo è difficile parlare, va in scena il primo grande scontro tra calcio di possesso e calcio diretto e se il risultato dice pareggio, l’incontro va ai punti al primo, che insinua la pulce del dubbio nell’orecchio degli inglesi per la prima volta nella loro gloriosa e autocelebrativa storia.

Non è un caso che il primo storico sistema del mondo del pallone nasca in Inghilterra ma sulla base di quel 2-2-6: un attaccante arretra nella mediana andando a comporre il 2-3-5 o, se preferite, la piramide rovesciata.

Jimmy Hogan ed il gioco di possesso

Jimmy Hogan
Ante-litteram Guardiola (📷/AstonVillaArchive)

Da quel momento, il gioco di possesso si è diffuso attraverso grandi figure come Jimmy Hogan, il padre del calcio continentale, uno che fungerà da punto di riferimento per grandi personaggi del pallone, come Gusztav Sebes, allenatore della grande Ungheria degli anni ’50, che dichiarerà “Giochiamo il calcio che Jimmy Hogan ci ha insegnato, quando il nostro calcio viene raccontato, il suo nome dovrebbe essere scritto con lettere d’oro”.

Hogan pianta il seme del passaggio in una terra calcistica sacra ai giorni d’oggi, quella olandese, prima di portare la sua conoscenza in Austria e Ungheria, andando a formare un modello calcistico ben separato da quello inglese: la scuola danubiana. La prima sfavillante espressione di tale idea è il Wunderteam austriaco a cavallo degli anni ’30, guidato da due precursori delle figure moderne: Hugo Meisl e Matthias Sindelar.

Il primo è un ex giocatore di Hogan, divenuto la guida di quella selezione austriaca che nel 1934 arriva quarta al Mondiale e due anni più tardi perde la finale olimpica contro i Campioni del Mondo di Vittorio Pozzo. Il sistema di gioco non può che essere basato sul passaggio, come con Hogan, ma con il Wunderteam il classico 2-3-5 giunge ad una forma di straordinaria fluidità grazie alla sua stella.

Sindelar è un centravanti ma, in epoca in cui le punte centrali sono costrette a scontrarsi contro i giganteschi centrali di difesa, il suo metro e settantacinque non è sufficiente per fronteggiare la fisicità degli avversari. Tuttavia, lui ha un paio di carte speciali che lo differenziano dagli altri: una straordinaria qualità tecnica e un’eccezionale visione di gioco. Così, Matthias si stacca dalle posizioni classiche del centravanti, retrocedendo per collegare centrocampo e attacco e liberando la sua zona per gli inserimenti dei compagni di reparto e servendoli puntualmente.

Matthias Sindelar (📷/GettyImages)

In questo senso, Sindelar è il primo grande falso nueve della storia del gioco, una figura che ci accompagnerà fino alla porta della finale di Euro 2012. Ma nella cultura calcistica di massa, la stella del Wunderteam è soprattutto colui che ha detto di no ad Hitler, quando, dopo l’Anschluss, il leader nazista gli chiede di entrare nella nazionale tedesca. Infatti, Matthias è cresciuto nella parte ebrea della capitale e gioca per l’Austria Vienna, club di ebrei tifato da ebrei.

La leggenda vuole che nel 1939 Sindelar abbia pagato il rifiuto con la morte, anche se la storia ci racconta come sia stato sopportato dal partito, che gli ha concesso di possedere un bar nella sua città, e l’autopsia ha confermato la morte per l’avvelenamento da monossido di carbonio, avvenuto per una stufa guasta. È morto a soli 37 anni ma la sua figura e la sua interpretazione del ruolo vive ancora ai massimi livelli.

Il Tottenham di Peter McWilliam

Nel frattempo, da quella prima partita nel campo di Glasgow, il gioco di possesso inizia a diffondersi nel calcio inglese come un passaparola tra menti illuminate. Nel 1901, Bob McColl porta la trama di passaggi dal Queen’s Park al Newcastle, dove gioca con Peter McWilliam, un altro scozzese che diverrà celebre dal 1912 alla guida del Tottenham, dove chiaramente porterà lo stile di gioco scozzese. A nord del Tamigi, McWilliam allena tre grandi futuri allenatori che ne raccoglieranno l’eredità: Arthur Rowe, Bill Nicholson e Vic Buckingham.

Il primo allenerà il club londinese per sei stagioni, portando alla luce l’idea dell’uno-due come strategia per superare le linee avversarie, un’idea che prevarica la distinzione classica dei ruoli, permettendo a chiunque di spingersi in avanti finché c’è qualcuno in copertura.

Tottenham Hotspur ad inizio anni '50
In terza fila troviamo Buckingham (terzo da sinistra), Nicholson (terzo da destra) e l’allenatore Rowe (primo da destra).
Il secondo da sinistra nella quarta fila in alto è Alf Ramsey, allenatore dell’Inghilterra Campione del Mondo del 1966. (📷/Barratts)

Nel Tottenham di Rowe, quel qualcuno era spesso Nicholson, centrocampista per diciassette stagioni e allenatore per altri sedici, sempre associato allo stesso club. Il modulo era cambiato in un 3-2-2-3, meglio conosciuto come W-M, ma l’idea di base era sempre la stessa: il passaggio, e la tecnica in generale, è la base del calcio e il mezzo tramite cui essere vincenti.

L’ultimo allievo di McWilliam gioca sempre a centrocampo ma a differenza dei compagni non deve le sue fortune sulle panchine al Tottenham, né tanto meno all’Inghilterra: Vic Buckingham è il capostipite del calcio totale olandese.

L’eredità di Vic Buckingham

Il calcio di possesso è la via, non lanciare e correre; il calcio basato sui lanci lunghi è troppo rischioso. La maggior parte delle volte quello che premia è la capacità tecnica. Se hai la palla, la tieni. L’altra squadra non può segnare”. Questa citazione di Buckingham racchiude perfettamente un pensiero che è valso dai tempi dei primi calci in Scozia, passando per il suo Tottenham in campo e il suo Ajax in panchina fino ad arrivare al Barcellona di Pep Guardiola e alla Spagna di Vincente Del Bosque.

Vic Buckingham
Vic Buckingham, capostipite del calcio totale olandese (📷/GettyImages)

L’ex giocatore degli Spurs arriva ad Amsterdam, dove già Jack Reynolds aveva predicato la supremazia del passaggio, nel 1959 con un W-M molto fluido e offensivo, basato sul gioco di possesso come strumento di attacco e di difesa e con il suo stile porta a casa il decimo titolo di Campione d’Olanda per l’Ajax. Dopo due stagioni, torna in Inghilterra, prima di essere richiamato nella terra dei tulipani nell’estate del ’64. In quella stagione, Buckingham fa una grande fatica a livello di risultati ma regala al calcio un momento che funge da spartiacque nella storia del pallone: il 15 novembre 1964 esordisce con la maglia dei lancieri Johan Cruijff, l’artista del calcio totale che con i suoi movimenti gli ha dato vita.

Le difficoltà non danno tregua all’allenatore inglese e sulla panchina dei biancorossi arriva l’altro fondamentale ingrediente del totaalvoetbal, il suo profeta: Rinus Michels. Quell’Ajax diverrà l’esaltazione totale del calcio fluido, in cui i ruoli non sono trappole da cui non si può uscire ma indicazioni di base da cui il giocatore deve uscire leggendo il gioco e lo spazio, sulla base del possesso e del movimento. Ed è in questo mondo che l’intelligenza divina di Cruijff, abbinata alla tecnica di un poeta calcistico, prende il controllo nella forma del giocatore totale. Johan non è un falso nueve, non è un trequartista, non è un esterno né un regista ma è tutte queste cose assieme.

Johan Cruijff e Rinus Michels
Johan Cruijff e Rinus Michels (📷/GettyImages)

Da questo punto, nasce un nuovo modo di comprendere il gioco, il calcio di posizione, che fiorisce nel suo salotto mediterraneo, Barcellona.

Il Barça di Buckingham, Michels e Cruijff

Nel 1969, il Barcellona sta piano piano scivolando in uno stato di desolazione: il titolo manca da ormai nove stagioni, l’acerrimo rivale della capitale, il Real Madrid, ha vinto dodici degli ultimi sedici campionati e perfino la Coppa delle Coppe è sfuggita per mano dello sfavorito Slovan Bratislava. La proposta per ritornare grandi è riportare in Catalogna il mago Herrera ma la scelta non è condivisa e nella società si crea uno strappo irreparabile: presidente e allenatore lasciano e un ex giocatore diventa allenatore ad interim con risultati pessimi.

Da quella rottura nascerà uno dei più grandi club della storia del calcio. Protagonisti? Ancora quei tre: Buckingham, Michels e Cruijff. Il primo arriva a Barcellona al termine della crisi nel 1970 e impone il suo stile: “Il calcio è come un film in cui le scene continuano a susseguirsi. Ciascun giocatore deve pensare a sé stesso come un attore in quel film, che costantemente si adatta al cambiamento di scena, muovendo la sua posizione per rapportarsi con ogni movimento che è stato fatto”. Il focus è dunque spostato dal puro possesso palla alla posizione dei giocatori in campo, affiancando al pallone l’altro strumento fondamentale del calcio: lo spazio.

Come all’Ajax, il naturale successore di Vic, affetto da gravi problemi alla schiena, è nuovamente Michels, la cui prima mossa, appena diventa possibile acquistare stranieri per i club spagnoli, è naturalmente l’approccio a Johan Cruijff, che sbarca sulla Rambla nell’estate del 1973 e i risultati sono evidenti. In un’annata caratterizzata dai moti di liberazione di Catalogna e Paesi Baschi contro un Francisco Franco sul punto di morte, Johan e il Barcellona danno uno schiaffo pesantissimo al Real Madrid del caudillo: nel febbraio ’74 i blaugrana vincono il Clasico per 5-0 sulla strada del primo titolo dopo quattordici anni.

Lezione di calcio? Lezione di calcio

Tuttavia, neanche la scuola olandese permette sul lungo di vincere la lotta contro i castillani, che si portano a casa cinque dei successivi sei titoli, mentre il Barcellona annaspa alla ricerca di un nuovo leader sulla panchina, dove la partenza di Michels.

L’arrivo ai blaugrana di Cesar Luis Menotti

L’atteso cambiamento arriva nel 1983, quando sulla panchina blaugrana arriva Cesar Luis Menotti, l’allenatore dell’Argentina Campione del Mondo nel 1978. Menotti è il profilo perfetto per Barcellona perché è un amante del bel gioco, della tecnica e della qualità ma trova sulla sua strada immediatamente il suo sanguinoso opposto: l’ultima grande stagione de “la furia” nella figura di Javier Clemente e del suo Athletic Club.

César Luis Menotti
César Luis Menotti (📷/FCBarcelona.com)

Fisico, pragmatico, aggressivo, questo era il calcio giocato dai baschi e nessuno incarnava questo spirito meglio di un basco stesso come Clemente, divenuto celebre per aver coniato il termine tiki taka, in un’ottica negativa verso chi passava il pallone tanto per passarlo. Le partite tra Barcellona e Athletic diventano delle battaglie ma nel primo incontro tra Clemente e Menotti che accade uno dei falli più brutti e famosi della storia del calcio: il 24 settembre 1983, Goikoetxea, noto anche come il macellaio di Bilbao, entra dritto dritto sul piede di Diego Armando Maradona, staccando il malleolo della sua caviglia sinistra e rompendone i legamenti.

L'arrivo di Maradona al San Paolo
Foto iconica (📷/GettyImages)

La vendetta del Pibe de Oro arriverà alla sua ultima apparizione con la camiseta blaugrana, nella finale della Copa del Rey: al termine del match vinto dai baschi e caratterizzato da continui falli impuniti, Maradona perde la testa e colpisce con una ginocchiata in faccia un panchinaro degli avversari, lasciandolo a terra incosciente. Parte una rissa a tutto campo, che segnerà l’ultima pagina dell’argentino in Catalogna e sarà il motivo del suo arrivo a Napoli.

Johan Cruijff e la Masia

La svolta e la definitiva affermazione per il Barça nel calcio europeo ha la sua origine nel 1988, quando sulla panchina blaugrana arriva un nome noto in città: quello di Cruijff. Il genio olandese è il primo a credere fortemente nella Masia, dopo aver operato attivamente per la sua costruzione già da giocatore, su cui costruisce il proprio impero, completandolo con due pezzi esterni ma perfetti: Ronald Koeman e Michael Laudrup.

La Masia
Fucina di talenti (📷/GettyImages)

Il primo è l’anello di collegamento tra difesa e centrocampo nel suo 4-3-3/3-4-3, garantendo una grande fase difensiva ma soprattutto gestendo i ritmi del suo gioco di possesso. Il danese gioca punta centrale ma, esattamente come Cruijff a suo tempo, è un giocatore totale che raccorda attacco e centrocampo, verticalmente e lateralmente, pur essendo criticato dal suo stesso allenatore per la mancanza di cattiveria: “Se Michael fosse nato in un povero ghetto in Brasile o in Argentina con la palla come unico mezzo per uscire dalla povertà, oggi sarebbe riconosciuto come il più grande genio della storia del gioco”, ha dichiarato.

Dal 1990 al 1994, i catalani vincono quattro campionati consecutivi e la loro prima Coppa Campioni (difficile da ricordare per i doriani), contornata da un’altra finale, in cui la star dell’attacco era Romario, sempre caricato del ruolo di punta mobile per favorire gli inserimenti di Stoichkov e Begiristain dalle fasce, convergendo sul loro piede preferito e andando a formare una delle primissime grandi coppie di esterni a piede invertito.

L’ascesa di Pep Guardiola e la nascita del falso nueve

Cruijff con un giovane Guardiola
Cruijff a colloquio con un giovane Guardiola (📷/GettyImages)

In quella finale vinta da Koeman all’ultimo secondo contro la Samp, a guidare il centrocampo c’è l’ultimo grande protagonista del nostro racconto blaugrana: Josep Guardiola. Cresciuto da Cruijff e successore di due grandi vincenti e innovatori come Louis Van Gaal e Frank Rijkaard, Pep arriva sulla panchina catalana nell’estate del 2008, ad appena 37 anni e con un anno nella squadra B come unica esperienza da allenatore ma ha un grande vantaggio a sua disposizione, ovvero la masia che ha in canna una generazione di talenti clamorosa.

Chi per merito del mister catalano, chi già esploso in precedenza, in prima squadra arrivano i vari Valdes, Puyol, Pique, Busquets, Xavi, Iniesta e Leo Messi, la colonna portante del Barcellona di Guardiola. La sua filosofia sembra semplice a primo impatto: “Nel mondo del calcio c’è solo un segreto: ho la palla oppure non ce l’ho. Il Barcellona ha scelto di avere la palla sebbene sia legittimo per altri non volerla. E quando non l’abbiamo, dobbiamo riaverla perché ci serve”. Tuttavia, a questo pensiero che sembra già visto nel calcio di possesso, si aggiunge un ulteriore strato di complessità e che porta il passaggio da essere fine a essere mezzo per la costruzione dello spazio.

Nel calcio di Guardiola, il passaggio non è più solo lo strumento difensivo in attesa del tempo giusto per creare l’occasione, ma è strumento diretto per modellare le situazioni secondo la propria volontà, per trovare i giocatori tra le linee, verticalmente e orizzontalmente secondo il concetto del mezzo spazio, e imporre conseguentemente la superiorità numerica in situazioni pericolose. La situazione più classica da ricercare è l’accumulo su una fascia per liberare quella opposta, nel più basico e fondamentale dei modellamenti del calcio di posizione.

Ma l’idea non è di per sé orientata solo all’attacco, quanto alla difesa secondo un criterio che però sfugge dal semplice “se abbiamo palla, loro non possono fare gol”: il sovraccarico e la modellazione posizionale permette di concentrare nella zona del pallone un numero di giocatore sempre superiore a quello avversario, in modo tale che se anche il pallone venisse perso, cosa improbabile vista la qualità dei palleggiatori blaugrana, la sua riconquista sia la più semplice possibile.

In questi macro-concetti sta la differenza tra calcio di possesso e calcio di posizione che porterà Guardiola a dichiarare di odiare il tiki taka, assegnandogli quello stesso senso con cui Clemente lo coniò 30 anni prima.

Guardiola coaching 2009 Barca
Una squadra di fenomeni allenata da un fenomeno (📷/GettyImages)

La stella del gioco posizionale di Pep diventa immediatamente Leo Messi, prima come esterno di fascia destra a piede invertito, poi come primo vero e proprio falso nueve codificato (nonostante già Totti alla Roma e Rooney allo United avessero coperto ruoli simili negli anni precedenti).

Questa scelta di Guardiola ha una natura meramente pragmatica: il 2 maggio 2009, Barcellona e Real Madrid giocano il Clasico e l’allenatore del Real Juande Ramos è solito schierare la sua squadra con due mediani, Diarra e Gago, davanti alla difesa che potrebbero disturbare le ricezioni di Xavi e Iniesta. La soluzione di Pep è semplice: invertire Eto’o e Messi, che abbassandosi sulla trequarti avrebbe costretto gli avversari all’inferiorità numerica oppure i centrali all’uscita alta, lasciando spazi enormi per gli accentramenti di Henry e il camerunese stesso. Calcio di posizione per l’appunto. Se la strategia abbia funzionato, lo si può tranquillamente stabilire dal risultato: 6-2 Barcellona, davanti agli occhi increduli del Santiago Bernabeu.

Lezione di calcio pt.2

È il momento del boom della figura del falso nueve, che giungerà alla sua massima fama nel 2011, quando Messi e i blaugrana stravinceranno la loro quarta Champions League, e nel 2012, quando Vincente Del Bosque sorprenderà tutti nell’Europeo di Polonia e Ucraina, schierando Cesc Fabregas come uomo più avanzato nel suo cammino verso la finale di Kiev.

La finale di Euro 2012: Italia-Spagna

Italia e Spagna si presentano ad Euro 2012 con due percorsi opposti: i primi vengono dall’enorme delusione del Mondiale 2010, in cui sono usciti ai gironi dopo aver collezionato solo due punti contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, mentre i secondi sono Campioni d’Europa e del Mondo in carica, alla ricerca del primo storico triplete di competizioni per nazionali della storia.

Il cammino della Spagna

Tuttavia, lo stile di gioco della Roja è nuovamente cambiato, spostandosi dal calcio posizionale di Aragones, in cui Torres, Villa e Iniesta avevano il compito di tagliare le linee avversarie per ricevere nello spazio, ad una versione molto più vicina al calcio di possesso puro, come strumento prima di tutto difensivo nella deriva che Clemente tanto odiava, quella del tiki-naccio, il catenaccio del passaggio. Detto questo, il cambiamento non preoccupa nessuno in una nazione campione d’Europa e del mondo in carica e che ha veleggiato attraverso le qualificazioni con otto vittorie in otto partite.

L’Europeo spagnolo ha una struttura circolare: si apre con l’Italia a Danzica il 10 giugno e si chiude con l’Italia a Kiev il primo di luglio nella finale. Nel mezzo, un girone superato in scioltezza, un quarto in cui la Francia ha fatto da spettatrice all’incredibile rete dei palleggiatori iberici e una semifinale triller vinta contro il Portogallo ai rigori dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari. Tutto questo, subendo un solo gol, quello di Totò di Natale all’esordio e segnandone otto in cinque partite.

Di Natale a segno contro la Spagna
L’unico gol subito da Casillas (📷/Ansa)

Tuttavia, ciò che ha sorpreso di più nel cammino spagnolo non è tanto la ormai nota ragnatela tecnica né tanto meno la solidità difensiva quanto la posizione di Cesc Fabregas. A causa dell’infortunio di David Villa e lo scarso stato di forma di Torres, il centrocampista del Barcellona parte da prima punta in uno dei più chiari esempi di falso nueve, abbassandosi verso il centrocampo per palleggiare con i centrocampisti, dove il doppio mediano Xabi Alonso-Busquets protegge la difesa e dove Iniesta e Xavi sono la solita miccia dell’attacco spagnolo.

Questo calcio di Del Bosque è difficilmente paragonabile al calcio di posizione di Pep perché non mira al vantaggio numerico, non punta all’occupazione corretta dello spazio, non gioca su ampiezza e profondità ma assume forme distorte nella sua serie infinita di passaggi, portando spesso Jordi Alba, il terzino sinistro, ad essere l’unica vera fonte di profondità. Se Guardiola cerca di modellare proattivamente le difese avversarie, il CT spagnola gioca al gatto con il topo, sapendo di non perdere mai il pallone e aspettando che la sua preda mostri il fianco alla qualità individuale.

Il cammino dell’Italia

Dall’altro lato l’Italia di Prandelli, che ha superato il girone con le reti di Balotelli e Cassano contro l’Irlanda, ha sconfitto gli inglesi in una serie di rigore divenuta celebre per lo splendido scavetto di Andrea Pirlo a Joe Hart e ha condotto una semifinale trionfale contro la Germania nel segno di SuperMario e la sua statuaria esultanza.

Letteralmente, monumentale

Gli italiani qualche somiglianza la condividono con gli spagnoli vista la grande solidità difensiva, cinque le reti subite dall’inizio del percorso di qualificazione, e la alta densità a centrocampo dove Pirlo, Marchisio, Montolivo e De Rossi compongono un reparto di grande qualità.

La partita

Formazioni di Italia-Spagna, finale di Euro 2012

Primo tempo

I primi dieci minuti sono come da previsioni: l’Italia tenta di essere aggressiva ma lo schermo di Busquets e Alonso intercetta tutto ciò che passa nella zona centrale e se la Spagna dà il via alla sua ragnatela, gli Azzurri possono solo correre dietro al pallone. Al minuto 7:20 parte l’esempio chiaro della sinfonia iberica: per due minuti e venti secondi l’Italia non ha mai il possesso pulito del pallone mentre la Roja gira palla e affetta le linee al minimo squilibrio, fino al tiro di Xavi alto sopra la traversa di Buffon.

Passano tre minuti e al 12esimo parte l’ennesimo spartito rosso: Casillas per Ramos, Ramos per Xabi Alonso che torna dal madridista, apertura per Jordi Alba che torna da Alonso, cambio di gioco per Arbeloa che cede a David Silva, uno-due con Iniesta tra le linee e di nuovo palla al terzino del Real, palla a Xavi che passa a Iniesta, con il blaugrana che verticalizza per il taglio di Fabregas dietro a Chiellini, cross dentro e Silva anticipa Barzagli di testa per la rete del vantaggio: 13 passaggi consecutivi e 1-0 Spagna.

Gol di David Silva
Gol del vantaggio spagnolo (📷/GettyImages)

Al 16esimo Casillas toglie dalla testa di De Rossi il pallone del pareggio su corner e un minuto più tardi è Ramos a anticipare Chiellini a due passi dalla porta: l’Italia è viva, riesce anche nell’impresa di togliere per qualche minuto il possesso ai campioni del mondo e al 28esimo va di nuovo al tiro con Cassano imbeccato da un’invenzione di De Rossi. La Spagna sicuramente non pressa forsennatamente come il Barcellona di Pep e si accontenta sonnecchiosa quando Fantantonio arriva nuovamente al tiro dal limite al 32esimo.

Stanno rischiando ma in qualche mondo il giochetto di gatto e topo funziona sempre: al 40esimo Casillas verticalizza per Fabregas sull’esterno sinistro, dove a chiuderlo va Barzagli, cede per Alba che la dà a Xavi; a questo punto, tra i due centrali si è creato il buco necessario generato dal movimento del falso nueve ed è proprio lì che il terzino sinistro si infila, dove viene servito da Xavi e dove infila Buffon: 2-0 a fine primo tempo.

Raddoppio di Jordi Alba
Raddoppio di Jordi Alba (📷/GettyImages)

Secondo tempo

La ripresa si apre con il cambio Di Natale-Cassano ed è proprio il giocatore dell’Udinese che subito impatta da solo di testa spedendo alto di poco ma sul cambio di fronte, Fabregas arriva, dopo uno slalom solitario, a tu per tu con Buffon che si salva in uscita mentre dall’angolo l’arbitro non vede un evidente fallo di mano di Bonucci sul colpo di testa di Ramos, graziando gli Azzurri. La partita è ancora viva e frizzante e al 50esimo Totò si trova di fronte a Casillas che respinge e poi blocca.

Al 57esimo, Prandelli tenta l’azzardo e spende l’ultimo cambio inserendo Thiago Motta per Montolivo ma la mossa immediatamente non paga: su un contrasto Motta sente la coscia tirare e va per terra, terminando la sua partita dopo appena tre minuti e lasciando gli Azzurri in inferiorità numerica contro i migliori palleggiatori del mondo. A questo punto, gli spagnoli controllano il ritmo come vogliono e anzi sembrano poter colpire a piacimento ogni volta che l’Italia presta minimamente il fianco alla ricerca della rimonta.

All’83esimo, arriva il terzo gol: Xavi recupera un pallone in uscita sulla trequarti e verticalizza per Torres, che trafigge Buffon per il 3-0. Paradossalmente, gli uomini di Prandelli hanno preso due dei tre gol in situazioni molto più vicini al calcio diretto che al possesso continua che hanno mostrato per tutto il match.

Prima della chiusura c’è anche tempo per il quarto: Busquets verticalizza per Torres che davanti a Gigi, tocca lateralmente a Mata che chiude la festa spagnola, disegnando un 4-0 che non rispecchia perfettamente l’andamento della partita ma resta comunque indiscutibile e inequivocabile.

La Spagna è campione d’Europa per la seconda volta consecutiva, completando il primo triplete della storia delle Nazionali europee e sancendo il grande trionfo del passaggio.

La Spagna è campione di Euro 2012
La Spagna festeggia la vittoria di Euro 2012 (📷/Topshots)

Abbiamo scritto anche delle altre edizioni degli Europei: ’68, ’72’76’80’84, ’88, ’92, ’96, ’00, ’04, ’08, ’16.

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