Scritto da Calcio Estero, Storie

Robert Mensah, il gigante con il cappellino bianco

Tra magia e calcio: la storia del portiere ghanese Robert Mensah
7 min

Il Ghana fu il primo paese dell’Africa nera a ottenere l’indipendenza. I ghanesi si appassionarono subito al calcio, e riuscirono a sfornare diversi talenti. Tra questi il portiere Robert Mensah, considerato da molti come uno dei migliori portieri del calcio africano. Ricordato per la sua arroganza e per il cappellino bianco che indossava durante le partite, fu assassinato durante una rissa in un bar dopo la mancata qualificazione della nazionale ghanese alla Coppa d’Africa del 1972. 

Il contesto

Immaginate di crescere in Ghana tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50. In quegli anni il panorama politico e culturale dell’Africa nera era particolarmente frizzante, con i popoli africani che erano stanchi del colonialismo europeo e reclamavano la possibilità di autogovernarsi. Il Ghana fu uno dei paesi più attivi sotto questo punto di vista, con la creazione da parte di Kwame Nkrumah nel 1949 del Convention People’s Party (CPP), un movimento nato con l’obiettivo di guidare il popolo ghanese alla piena indipendenza.

Nato in una famiglia umile, Nkrumah riuscì a distinguersi negli studi e a guadagnarsi la possibilità di recarsi prima negli Stati Uniti, dove approfondì i suoi studi sul marxismo e si avvicinò ai movimenti per i diritti degli afroamericani, e poi in Gran Bretagna, dove entrò in contatto con Ebenezer Ako-Adjei, uno dei membri fondatori del movimento United Gold Coast Convention (UGCC). Nkrumah tornò quindi in Ghana per aderire al movimento e partecipare alla lotta politica per l’autodeterminazione del suo popolo. I rapporti con i leader dell’UGCC furono però subito tesi, in quanto Nkrumah riteneva la linea del partito troppo moderata e accomodante verso il governo coloniale britannico.

Nel 1949, quindi, Nkrumah ruppe definitivamente con i leader dell’UGCC e creò il CPP, il cui motto divenne “Self-government NOW!”. Il governo coloniale britannico provò a stroncare sul nascere questo movimento, arrestando Nkrumah e altri leader in seguito a uno sciopero, ma l’effetto fu soltanto quello di far aumentare i consensi verso il neonato movimento, che ottenne una schiacciante vittoria alle elezioni del 1951 e del 1954.

Nel 1957, in seguito a una nuova schiacciante vittoria del CPP, il governo britannico decise di accordare l’indipendenza al Ghana. Il nuovo stato era formato dai territori della Costa d’Oro, della regione Asante (meglio conosciuta con il nome anglicizzato di Ashanti) e del Togoland britannico, la cui popolazione aveva deciso con un referendum nel 1956 di unirsi alla nuova nazione che stava per nascere. La Gran Bretagna mantenne un controllo formale sul Ghana fino al 1960, quando venne ufficialmente proclamata la repubblica e indette le prime elezioni libere in Ghana.

Le elezioni si svolsero il 27 aprile e videro una schiacciante vittoria di Kwame Nkrumah, che ottenne quasi il 90% dei consensi e divenne il primo presidente del Ghana. Gli obiettivi di Nkrumah erano particolarmente ambiziosi, in quanto voleva rendere il Ghana un modello per gli altri paesi africani coinvolti nel processo di decolonizzazione. Avviò quindi un processo di ammodernamento del paese, con la promozione di industrie statali e la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali.

Tuttavia, come spesso accadrà nei decenni successivi in molti paesi africani, alle politiche sociali si accompagnò un notevole autoritarismo per consolidare il potere e risolvere i conflitti interni. Furono varate infatti una serie di misure liberticide per colpire dissidenti e stranieri residenti in Ghana sospettati di tramare contro Nkrumah. Nel 1964, in seguito a un referendum, il CPP divenne l’unico partito politico presente in Ghana e Nkrumah ottenne la carica di presidente a vita. La crisi economica e le spese sempre più ingenti per il settore militare fecero però presto scemare la popolarità di Nkrumah, che il 24 febbraio 1966 venne rimosso dal potere con un colpo di Stato mentre era in trasferta ad Hanoi. 

Kwame Nkrumah
Kwame Nkrumah (📷/GettyImages)

Uno degli strumenti utilizzati da Nkrumah per aumentare il suo consenso fu certamente il calcio. Già nel 1956 nacque infatti il campionato ghanese, mentre l’anno successivo nacque ufficialmente la federazione calcistica del Ghana. Il Ghana in quegli anni riuscì a sfornare diversi talenti, e nel 1960 Ohene Djan, il direttore dello sport ghanese, coniò il termine Black Stars, che ancora oggi identifica la nazionale ghanese.

Le formazioni di Ghana e Real Madrid in queste foto dell’epoca (📷/GettyImages)

La crescita della popolarità del calcio nel paese spinse Nkrumah a tentare un’impresa folle: invitare il Real Madrid di Puskas e Di Stefano a giocare un’amichevole in Ghana. La partita contro i 5 volte campioni d’Europa si disputò il 19 agosto 1962 ad Accra e finì con un rocambolesco e spettacolare 3-3. 

Gli inizi

In questo contesto politico e culturale crebbe Robert Mensah, nato a Cape Coast nella regione della Costa d’Oro. Da sempre questo territorio aveva subito l’influenza dei colonizzatori europei, prima dei portoghesi e poi degli inglesi, diventando il più importante snodo commerciale dell’Africa occidentale. Gli europei acquistavano dai capi locali materie prime, pietre preziose e in particolare schiavi, da spedire in America per essere impiegati nelle piantagioni di tabacco, caffè e cacao.

Robert crebbe in una famiglia in vista, in quanto era nipote di un pastore di anime. La leggenda vuole che sul letto di morte il nonno gli regalò un cappello bianco e gli chiese di portarlo sempre con sé. In un contesto ancora profondamente dominato dalle credenze animiste e dalla superstizione, quest’oggetto venne subito considerato come dotato di poteri magici dalla comunità locale. Crescendo Robert divenne un omaccione di quasi 2 metri e si appassionò al calcio. Una struttura fisica imponente, due lunghe braccia e due mani descritte dai suoi contemporanei come due pale lo resero ideale per il ruolo di portiere.

In quegli anni il Ghana dominava il calcio africano, potendo contare su talenti come Osei Kofi, Baba Yara, Ibrahim Sunday e Edward Acquah, per quasi 50 anni miglior marcatore della nazionale ghanese prima di essere superato da Asamoah Gyan. Il Ghana riuscì a vincere le edizioni del 1963 e del 1965 della Coppa d’Africa e nel 1968 e nel 1970 si arrese solo in finale, rispettivamente a Congo-Kinshasa e Sudan. Le Black Stars riuscirono anche a qualificarsi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, dove uscirono ai quarti di finale, mentre per qualificarsi alla fase finale di un Mondiale hanno dovuto attendere fino al 2006.

Nel 1966 infatti il Ghana, così come tutte le federazioni africane, rinunciò a prendere parte alle qualificazioni in quanto la FIFA si rifiutò di assegnare un posto sicuro al continente africano, creando un sistema cervellotico di qualificazioni che avrebbe portato al Mondiale in Inghilterra solo una squadra tra le federazioni africana, asiatica e oceanica. Il Ghana fu invece eliminato al secondo turno dalla Nigeria nelle qualificazioni per il Mondiale del 1970, non riuscendo ad essere la prima nazionale dell’Africa nera a prendere parte alla fase finale di un Mondiale. L’impresa riuscirà 4 anni più tardi allo Zaire.

La Nazionale dello Zaire
La nazionale dello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo) che si qualificò per i Mondiale del 1974 (📷/GettyImages)

In quegli anni Robert Mensah sognava di giocare al fianco dei più grandi e di rappresentare il suo paese in un prestigioso torneo.

La carriera calcistica di club

Dei primi anni di carriera di Mensah si sa poco, se non che si mise in luce tra le fila degli Ebusua Dwarfs, squadra della sua città natale. In pochi anni Mensah riuscì ad affermarsi come uno dei migliori portieri del campionato, mostrando sfrontatezza, personalità e una grandissima destrezza tra i pali. Viene notato da tutti per le uscite alte, il suo fondamentale migliore, ma anche per l’arroganza che mostra in campo. Le cronache locali dell’epoca infatti lo ritraggono spesso seduto su una sedia a bordocampo a leggere un giornale mentre il pallone è dall’altra parte del campo. E poi c’è quel cappellino bianco, a cui non rinuncia mai nemmeno quando è in campo.

Robert Mensah
Robert Mensah con l’immancabile cappellino bianco (📷/stereotypemag.com)

Le sue qualità tecniche e caratteriali attirano i dirigenti dell’Asante Kotoko, squadra che negli anni ‘60 dominava il calcio ghanese. Robert Mensah ebbe finalmente l’opportunità che stava cercando: poter competere con i migliori e lottare per successi importanti. Nel 1967 si presenta la grande occasione: grazie anche alle sue parate l’Asante Kotoko si gioca la finale della Champions League africana con i congolesi dell’Englebert (oggi Mazembe). L’andata si gioca a Kumasi, in Ghana, e finisce 1-1 dopo una partita molto tirata. Il ritorno si gioca a Kinshasa, dove le due squadre danno vita a una partita spettacolare ed equilibrata che finisce 2-2 dopo i tempi supplementari.

All’epoca la regola dei gol in trasferta non era prevista, e quindi c’era da decidere come stabilire la squadra campione d’Africa. Inizialmente si pensò al lancio della monetina, ma i dirigenti africani decisero a sorpresa di far giocare una terza partita a Douala, in Camerun, per assegnare il titolo.
I dirigenti dell’Asante Kotoko denunciarono pressioni da parte dei congolesi sulla federazione africana e decisero di non prendere parte all’incontro, consegnando di fatto il torneo nelle mani dell’Englebert.

Il sogno di Mensah di condurre la sua squadra a essere il primo club ghanese a laurearsi campione d’Africa si realizzò comunque 3 anni dopo. I ghanesi infatti riuscirono a battere i campioni in carica, gli egiziani dell’Ismaily, in semifinale e si ritrovarono nuovamente davanti l’Englebert in finale. La gara d’andata a Kumasi si chiuse con lo stesso risultato del 1967: 1-1. Al gol di Gariba al 34’ aveva infatti risposto il congolese Mukendi al 50’. I fantasmi di una nuova finale persa si presentarono davanti ai ghanesi.

Nella gara di ritorno a Kinshasa sembra tutto apparecchiato per il successo dell’Englebert. Mobutu negli anni precedenti ha accentrato sempre più il potere nelle sue mani, e vuole utilizzare il calcio come strumento di propaganda per legittimare il suo regime. I giocatori dell’Asante Kotoko vengono fatti dormire in un albergo fatiscente, infestato dalle zanzare e senza finestre. Tra le fila dei ghanesi inoltre è assente la stella Osei Kofi, colpito da un infortunio.

I congolesi partono forte, ma a sorpresa al 12’ è l’Asante Kotoko a passare in vantaggio con Gariba. La reazione dei giocatori dell’Englebert è feroce e immediata, al pareggio di Tshinabu al 19’ seguono numerose occasioni da gol sventate da Robert Mensah. Si va così al riposo con il risultato in parità. Nella ripresa la pressione dei padroni di casa viene man mano scemando, e anche il pubblico sugli spalti comincia a impaurirsi. Al minuto 80’ succede quello che nessuno si aspetta: il ghanese Jabir porta in vantaggio l’Asante Kotoko. Lo stadio 20 maggio di Kinshasa è impietrito: l’incubo di vedersi sfilare il torneo a casa propria si sta materializzando.

Una foto di quel match tra Asante Kototo e
Una foto di quel match tra Asante Kototo e Englebert (📷/GettyImages)

Nei minuti successivi succede di tutto. L’arbitro, corrotto da Mobutu secondo i media ghanesi, fischia un calcio di rigore particolarmente generoso a favore dei padroni di casa. L’allenatore dell’Asante chiede ai suoi di abbandonare il campo, ma Robert Mensah convince i compagni a giocare la partita fino all’ultimo minuto. Nel frattempo i giocatori dell’Englebert accerchiano l’arbitro e chiedono che Mensah rinunci al suo cappellino, in quanto il regolamento della Champions League africana proibisce l’uso della magia nera in campo. L’arbitro incredibilmente accetta, mandando su tutte le furie Mensah. Calmato dai compagni, il portiere decide di lanciare il suo cappello dietro la porta e di provare a parare il rigore.

Le cronache locali dell’epoca narrano che il cappello bianco di Mensah cadde a pochi passi da due soldati, che indietreggiarono impauriti dai suoi poteri magici. Privato del suo cappello, Mensah si mette sulla linea di porta e inizia un balletto per innervosire il rigorista dell’Englebert, Shinabu Kagogo. Sono attimi concitati, con il pubblico in silenzio e la tensione che si taglia con un coltello in campo. Alla fine Kagogo calcia il rigore sopra la traversa, e Robert Mensah può finalmente liberare la sua gioia. L’Asante Kotoko è campione d’Africa.

La Nazionale e la morte

La carriera di Robert Mensah sembra essere in rampa di lancio: dopo il trionfo con il proprio club il portiere sogna di vincere anche con la propria Nazionale. Dopo la sconfitta in finale per 1-0 nella Coppa d’Africa del 1970 contro i padroni di casa del Sudan, Robert spera di poter riprovare a vincere il trofeo nel 1972. Per partecipare alla fase finale il Ghana deve superare un solo turno di qualificazione con il Togo.

Robert Mensah
Robert Mensah (senza cappellino bianco) (📷/GettyImages)

L’andata si gioca a Lomé il 13 ottobre 1971 e finisce 0-0. Il ritorno ad Accra due settimane dopo sembra una formalità, e invece si complica quando il Togo passa in vantaggio. Il Ghana reagisce e chiude gli avversari nella propria trequarti, ma non riesce a pareggiare. Dopo quattro finali consecutive il Ghana è clamorosamente fuori dalla fase finale della Coppa d’Africa. I tifosi, incattiviti da una situazione economica e politica profondamente incerta, individuano nei giocatori del Ghana i nemici su cui scaricare la propria rabbia e frustrazione. Le strade di Accra e delle altre principali città ghanesi sono piene di tifosi inferociti contro quelli che fino a qualche giorno prima erano i propri beniamini.

Robert Mensah per scaricare la rabbia decide di recarsi in un bar di Tema, località distante appena 25 chilometri da Accra, a bere akpeteshie, una bevanda dall’elevato tasso alcolico la cui vendita era proibita durante la dominazione coloniale britannica. Fuori di sé a causa dell’alcool, Robert Mensah viene coinvolto in una rissa con alcuni uomini, e uno di loro, impaurito dalla struttura fisica e dalle grosse mani di Mensah, colpisce ripetutamente il portiere della nazionale ghanese con una bottiglia rotta. Mensah viene immediatamente trasportato al più vicino ospedale, ma si capisce subito che la situazione è drammatica in quanto sono stati colpiti organi vitali. Il portiere morirà 3 giorni dopo, il 2 novembre 1971, a soli 32 anni.

Il triste titolo dei giornali dell'epoca
Il triste titolo dei giornali dell’epoca (📷/GettyImages)

In Ghana si discute ancora sui motivi dell’aggressione. Le due versioni più verosimili sono che la rissa scoppiò a causa di motivi passionali o perché gli uomini avevano riconosciuto Mensah e gli avevano rivolto delle offese per l’eliminazione del Ghana dalla Coppa d’Africa. Un’altra versione, che però non ha trovato riscontri, parla di un omicidio premeditato legato al calcioscommesse e alla criminalità locale.

Ibrahim Sunday, suo compagno nelle Black Stars e nell’Asante Kotoko, dichiarerà più tardi: “Robert Mensah era un portiere straordinario ma aveva una personalità problematica. Non era particolarmente disciplinato, e questa sua mancanza di disciplina alla fine fu la causa della sua morte”. Pochi giorni dopo la sua morte la polizia ghanese arrestò 3 uomini, e il colpevole dell’assassinio di Mensah fu individuato in un elettricista di 31 anni, Isaac Melfah. 

Il Ghana quindi si ritrovò a piangere nuovamente uno dei suoi eroi. A soli 2 anni dalla morte di Baba Yara, in seguito a un incidente automobilistico, anche Mensah lasciava il popolo ghanese.
Al funerale ci fu una vivissima partecipazione da parte dei ghanesi. Quasi a voler chiudere il folle decennio vissuto dal popolo ghanese, l’anno successivo morì anche Kwame Nkrumah in un ospedale di Bucarest, dove si era recato per curare un cancro. Sembra la definitiva chiusura del cerchio: il sogno di Nkrumah di rendere il Ghana una potenza continentale e quello di Mensah di portare le Black Stars sul tetto d’Africa e alla fase finale di un Mondiale sono definitivamente spezzati.

Eppure il ricordo di entrambi è ancora vivo non solo nei ghanesi, ma in tutte le popolazioni dell’Africa nera. Nkrumah è stato infatti votato dagli ascoltatori africani della BBC come “Africa’s man of the millennium” per la sua lotta contro il colonialismo, mentre a Robert Mensah è stato intitolato lo stadio della sua città natale, Cape Coast, che ancora oggi porta il suo nome.  

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