Written by 11:09 Calcio Estero

Scontro tra idee: la SuperLega

Tre punti di vista per avere una visione a tutto tondo sul dibattito dell’anno: la SuperLega
The Super League: Civil War
12 min

l’argomento SuperLega ha polarizzato il discorso calcistico negli ultimi giorni, portando chiunque a parlarne e dibatterne. Naturalmente, la nostra redazione non è da meno e tre nostri editor (Axel Barbieri, Marcello Ponti e Matia Di Vito) ne hanno discusso e hanno strutturato delle risposte a tre domande molto ampie e discorsive che hanno l’intenzione di offrirvi una visione a tutto tondo, grazie ai tre punti di vista differenti (anche da quello del tifo).

Su una questione hanno concordato: qualcosa andava fatto e fatto velocemente. Nel momento in cui il calcio diventa una gigantesca macchina mangiasoldi e quando le istituzioni dedicate a regolarlo si mostrano inadatte a farlo, è naturale che nascano delle alternative, più o meno inclusive, più o meno etiche. In questo senso, la SuperLega (e dunque le risposte) non si può vedere come la volontà di 12 presidenti di arricchirsi ulteriormente ma va valutato l’intero scenario, che indubbiamente la pandemia ha messo in evidenza agli occhi di tutti.

La UEFA si è dimostrata incapace di controllare la cosa, il sistema del Financial Fair Play ha avuto un impatto disastroso in termini competitivi ed economici e il nuovo format della Champions League sembra l’ennesimo passo verso il baratro. La soluzione era “The Super League”? Dipende.


Ti piaceva l’idea della SuperLega?

SuperLega
L’unione dei Villain

A.B.

Non seguirò l’ondata che ha travolto il mondo del calcio in risposta alla notizia, a me l’idea di SuperLega piace e la sostengo da anni. È evidente che il sistema calcio sia marcio dalla testa ai piedi, mal regolato da chi dovrebbe occuparsi sostanzialmente solo di quello e senza prospettive dal punto di vista istituzionale e dal punto di vista dell’appetibilità.

Mi rendo conto che può essere un punto di vista egoistico (proveniente dal mio tifo juventino), ma avrei sacrificato tutte le partite di basso livello e le rivalità storiche (e solo storiche) per la possibilità di vedere il massimo livello del calcio giocarsi le competizioni, con la possibilità pressoché infinite. 

L’idea proposta, o almeno quello che ci è stato comunicata, non era quella che piace a me. Tuttavia, piuttosto che affidarmi alla UEFA, che ha le mani legate dalla sua struttura burocratica e dalla sua incompetenza, preferisco giocarmi le mie chance con un’organizzazione flessibile che potrebbe finalmente apportare (come no) una visione di lungo periodo nel sistema calcio. 

C’è poco da fare: per ridistribuire ci vuole un surplus, per innovare ci vuole un surplus, per mantenere vivo il sistema ci vuole un surplus. Era preferibile diminuire i costi piuttosto che aumentare i ricavi? Assolutamente sì, ma è una cosa possibile se il mercato distorto del calcio è istituzionalmente ben regolato. La SuperLega, e la sua conseguente ovvia iniquità (perché è evidente che in un’azienda privata, ogni socio manterrà il suo posto al top visto che investe soldi e si assume il rischio d’impresa), è frutto di un letargo europeo. Preferisco giocarmi le mie chance che morire di morte certa.

M.P.

Next question, no eh? 
Penso sia una domanda complessa, su un argomento molto stratificato che al momento non sono ancora in grado di affrontare a livello omnicomprensivo. Perciò, dividerò in tre strati le mie prime reazioni alla formazione della SuperLega.

In primis c’è il pensiero critico, l’aspetto filosofico, quasi politico, e da questo punto di vista non sarò mai in grado di accettarla. Esasperare la forbice economica tra ricchi e poveri era già una delle derive peggiori del calcio contemporaneo, tagliare definitivamente il cordone che li separava non fa altro che peggiorare la situazione. L’oligarchia non fa per me e – mi permetto di dire – non fa nemmeno per lo sport.

SuperLega o non SuperLega?
SuperLega o non SuperLega: è questo il problema? (📷/goodfon.com)

Il secondo strato che subentra dopo le prime ore è quello più personale, fin nostalgico nel rendersi conto di come questa evoluzione spezzi irrimediabilmente i sogni che aveva da ragazzino e che – non prendiamoci in giro – sono tutt’ora il motivo per cui come tanti altri gioca ancora qua e là in categorie minori.

A rinforzare e rendere più spesso questo livello di pensiero ci sono le due sfaccettature del calcio guardato anziché giocato. Da un lato quello che tende al fanatismo e che ti porta a guardare partite che nessun altro sta guardando solo per il gusto di scovare prima degli altri il prossimo campioncino e poi andarne a guardare le statistiche sui siti più improbabili per avere delle presunte conferme. Dall’altro lato, invece, quello più viscerale del tifoso – interista nel mio caso – geloso di una storia gloriosa e del processo lungo e faticoso che la sua squadra ha fatto per tornare dov’è ora, dove merita di essere. “Proprio ora voi vorreste buttare giù tutto e farmi giocare ogni settimana contro squadre che mi asfaltano” – anche no dai, penso qui.

Ma è proprio in questo frangente che comincio a rendermi conto che, se ben strutturata, la SuperLega potrebbe permettere di massimizzare la competizione interna livellando verso l’alto le capacità economiche e favorendo un ricambio al vertice, con la conseguenza di poter tornare a vedere i più forti giocatori del mondo nella mia squadra.

Ed è così che, in ultimo, si sviluppa il pensiero più razionale che mi vede estremamente curioso verso un qualcosa di nuovo e apparentemente senza limiti di sorta. Allo stesso tempo però mi lascia anche con una preoccupazione: quest’anno, per la prima volta dall’introduzione della sentenza Bosman (1996) gli introiti dai diritti tv sono in calo, siamo così sicuri che rilanciare con una SuperLega generata da un enorme prestito bancario sia un progetto solvibile nel breve e nel lungo termine?

M.D.V.

Da un punto di vista politico mi piaceva come l’esistenza di Casapound.
Se il punto di partenza è quello del “sistema calcio” sull’orlo di un collasso, allora la SuperLega non è la risposta. Se si vuole davvero aiutare il movimento sportivo (a trecentosessanta gradi, intendo), certo la SuperLega non è la risposta.

Per quanto la UEFA sia una istituzione completamente burocratica e che, nel corso degli anni, abbia spesso abusato del proprio potere (una serie di non-riforme, parecchie competizioni ridicole in zone del mondo e momenti dell’anno che definire discutibili sarebbe un eufemismo) preferisco affidarmi al potere costituito e non ad una frangia di super-potenze che vogliono governare il calcio e spartirsi tutte le ricchezze del mondo calcistico (G20, avete presente?).

Ci è stato tolto qualcosa a tutti in qualsiasi ambito della nostra vita e della nostra esistenza: perché condannare anche il calcio ad un sistema di lucro per pochi a discapito dei molti che periranno sotto la mannaia del dio denaro?

Io dico no a questa assurda corsa all’aumento del capitale, all’aumento del monte salari, all’aumento degli introiti per salvare un mondo – quello del calcio globale – ormai allo sbando.
Se il sistema implode si potranno, più facilmente, riprendere le redini ed il potere. Se l’implosione serve a resettare e ripartire da 0, da un calcio più puro, allora che esploda tutto.


Perché la SuperLega era una buona idea?

Florentino Perez
Florentino Perez dispiaciuto di non poter prendere Mbappé
coi soldi del monopoli (📷/Marca)

A.B.

Perché il sistema della SuperLega è un sistema dalle potenzialità infinite.

Un’organizzazione privata così flessibile, dato che è governata da 12 persone e non da 55 federazioni, e in grado di produrre così tanto valore (ricordiamo che i ricavi annuali della NFL sono di 9.5 miliardi), può fare sostanzialmente ciò che vuole, sia direttamente, tramite investimenti e regole, sia indirettamente, tramite criteri di qualità per l’ingresso di società intenzionate a parteciparvi (esempio: uno stadio del massimo livello, oppure determinate condizioni di alto standard finanziario per evitare casi Manenti).

Rinnovamento totale delle strutture e delle zone a esse circoscritte, con effetti positivi sulle città, obblighi di riduzione dell’impronta ecologica, riduzione dei costi dello stadio e degli abbonamenti televisivi, obblighi di utilizzo di percentuali dei ricavi in investimenti nei settori giovanili, nel calcio femminile o nello sviluppo di zone più povere, salary cap e in generale la creazione di un sistema più sostenibilmente ad ogni livello, ambientale, economico e finanziario, sono aspetti molto più facili da mettere in atto per un’azienda privata che per un’organizzazione ingolfata.

Perché avrebbero dovuto farlo? A livello teorico, perché si son resi conto dell’inefficienza del sistema calcio e vedono un futuro alternativo; a livello pratico, perché sono entrati dalla parte sbagliata della storia, quella più difficile e meno fan-friendly, per cui la reazione più logica per chi basa il proprio successo proprio sul pubblico, è muoversi verso di esso (e l’introduzione degli arbitri microfonati era certamente un passo in questa direzione). È un’azienda e come tale la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata farsi bella agli occhi del mondo, al fine di fidelizzare il pubblico e di passare dal lato giusto della critica.

Certo, va posto sull’altro piatto della bilancia il problema della meritocrazia e della distruzione del sistema secolare su cui si basa il calcio. Tuttavia, io credo sia non sono un problema marginale alle proposte fatte sopra ma anche abbastanza miope. Il calcio di oggi è lo scontro tra le big per imporsi l’una sull’altra, mentre le medio-piccole si affannano, ben oltre le proprie possibilità, per competere per quella stagione in cui centrano un piazzamento, spesso neanche una vittoria, sopra di esse.

Non è forse meglio che ognuno competa in un mercato che risponda alle proprie possibilità? Le rivalità, le cenerentole e le narrative si creeranno comunque sul medio lungo periodo. È più bello un campionato in cui l’Atalanta può arrivare quarta e darsi una pacca sulla spalla per aver battuto il Milan o un campionato su base uniforme in cui veramente chiunque può vincere ogni anno? 

Riguardo alla meritocrazia, non entra dalla porta ma entra dalla finestra: è filosoficamente una cosa brutta da dire e poco europea, ma nel giro di pochi anni le squadre della Super League, che sono scelte in base al mero conto economico del bacino d’utenza com’è ovvio che sia per un’azienda privata alla ricerca primariamente della solidità finanziaria (perché i soldi a Elliot bisognava pur ridarli), finiranno indiscutibilmente per essere le migliori, che puntino al titolo o meno, esattamente come succede nell’NBA rispetto al resto del mondo.

È una scelta brutale e moralmente sbagliata ma da qualche parte si deve iniziare, se si vuole godere di quella flessibilità di cui sopra.

La SuperLega è una gigantesca scommessa ma, a mio avviso, una scommessa senza troppe alternative, finché il sistema sarà governo da un gigante con i piedi d’argilla.

M.P.

È brutto da dire, ma prima di tutto perché non c’è un’alternativa reale al momento. Il calcio com’è oggi non è sostenibile e la Uefa non si è mai mossa in tal senso, fallendo a più riprese nello sfruttare l’enorme occasione che era il Financial Fair Play (come nel caso del Lille).

Non serviva certo Florentino Perez per farcene rendere conto, è sufficiente guardare alle acrobazie a cui sono costrette le società, piccole e grandi, per gonfiare i loro bilanci e renderli più o meno in linea con quanto richiesto dal regolamento. L’avete mai visto un giocatore pagato 70 milioni in estate fare tribuna a ragazzini di diciassette anni? No? Beh, non sapete cosa vi state perdendo allora, Messi va per i 34 eh.

In più, le iniziali ostilità – facilmente prevedibili e quindi certamente previste – veicolerebbero almeno inizialmente gli sforzi della SuperLega verso il tifoso e verso la sostenibilità ambientale e sociale della nascitura competizione. Infrastrutture all’avanguardia, costi accessibili, arbitri microfonati, regolamentazione e proliferazione dei settori giovanili, spinta economica al calcio femminile e tensione verso società carbon-free, sarebbero tutti punti all’ordine del giorno.

E poi, con tutti i se e i ma del caso, va anche detto chiaramente che se ogni mese (e quindi ogni 18 partite di SuperLega su per giù) ce ne scappassero due del livello di PSG-Bayern – non poi così improbabile capirete – un occhio potremmo chiuderlo più volentieri.

M.D.V.

Faccio davvero fatica a trovare un qualsiasi risvolto positivo alla vicenda della SuperLega. Sono stati momenti davvero concitati, si è fatta la storia del calcio moderno – anche se solo politicamente – ed ha prevalso il buon senso e la passione del tifoso, quello vero, che poi è la linfa del pallone e dello sport in generale.

"Say no to the Super League"
Tifosi del Chelsea che protestano all’esterno dello Stamford Bridge (📷/ Getty Images)

Detto questo, la mossa azzardata ed il braccio di ferro, seppur rapido, hanno aperto gli occhi ai più. Il calcio è un mondo da riformare completamente ed in maniera equa. Le acque si sono smosse ed ora spetta alla UEFA far sì che queste istanze – anche se mosse in maniera “truffaldina” – possano vedere luce. Chi è a favore della SuperLega è contro il potere degli organi dirigenti del calcio e non si deve biasimarli.

Per molto tempo abbiamo bivaccato e sfruttato un “sistema-zombie” che si trascinava da un anno all’altro, da una stagione sportiva all’altra, con gigantesche falle e grosse perdite.
Se c’è una cosa buona che ha fatto questa SuperLega, a mio avviso, è proprio aver portato il dibattito fuori dai palazzi, averlo fatto affiorare. Quindi, sì, speriamo in tempi migliori.


Perché la Superlega NON era una buona idea?

Aleksander Ceferin
Ceferin guarda compiaciuto i fan che gli han permesso
di tenersi l’ingaggio di quasi 3 milioni annui (📷/ Getty Images)

A.B.

Non mi piace il rovescio della medaglia del discorso sopra: 12 club hanno in mano il futuro del calcio mondiale e ne possono disporre come vogliono. È vero che le potenzialità sono infinite in senso positivo ma lo sono pure i rischi. Se i 12 non prendessero misure di responsabilità sociale, se decidessero di incassare i ricavi, si presenterebbe la stessa situazione di bolla dei prezzi solo che ulteriormente ingigantita (come, tra l’altro, mi aspetto accadrà con la nuova Champions League).
Come ho detto, è una scommessa su chi può fare un lavoro migliore.

Soprattutto, non mi è piaciuto per nulla il format, non mi sono piaciute le premesse con cui hanno aperto (oltre che la disastrosa uscita comunicativa) e non mi è piaciuta minimamente l’immediata esclusione della possibilità del sistema chiuso. Come detto sopra, penso che questo sistema sia sensato solo nella misura in cui vengono distaccati, più o meno gradualmente e attraverso l’aiuto delle big, due mondi che viaggiano su possibilità economiche diverse.

Se i club rimanessero nei campionati nazionali, sarebbe per giovarsi dei vantaggi economici ma ogni forma di competitività ne risulterebbe distrutta, vista l’enorme differenza di budget che ci sarebbe. Non mi è piaciuto il 15+5 che, vuole nascondere un’apparente meritocrazia, ma che metterebbe i club nella posizione in cui investono senza sapere se avranno un ritorno economico.

Preferirei un sistema chiuso in cui il merito sportivo possa garantire l’ingresso nella competizione continuativo, almeno finché abbia senso. Un esempio, sfruttando sempre le possibilità infinite di un sistema così flessibile, sarebbe creare un fondo apposito per colmare il gap che un’eventuale vincitrice della Champions League potrebbe avere nei confronti delle superpotenze.

In conclusione, io resto favorevole, quantomeno all’idea di SuperLega che io mi sono fatto e che potrebbe essere diversa da quella di Perez & Co, ma è innegabile che si tratti di un grande azzardo, non realmente valutabile prima che non sia troppo tardi per uscirne.

M.P.

Al netto dei pensieri più soggettivi, le mie paure principali risiedono nell’azzardo che è stato fatto per creare questa competizione. Il prestito di JP Morgan è importante, sì, ma non sarà a fondo perduto potete giurarci. Questo significa che gli introiti prospettati dovranno esserci anche nella realtà dei fatti, andando ad aumentare sempre di più. Non impossibile, ma nemmeno così scontato. In questo senso, l’impreparazione dei dodici club nel fornire i dettagli di un piano di sviluppo credibile, con contratti di sponsorizzazione e broadcasting già pronti alla firma mi lascia incredulo. 

Inoltre, anche volendone dare per certa la sostenibilità nel lungo termine, ci sono diverse questioni che andrebbero chiarite, dal salary cap indicizzato ai ricavi alla redistribuzione degli introiti – la massimizzazione del competitive balance interno sarà fondamentale – con un occhio di riguardo alla riabilitazione del merito sportivo nel lungo periodo. 

Concludendo, la SuperLega non avrebbe mai salvato il calcio come lo vorrei. Spero almeno possa aver dato qualche input per salvare il calcio come lo conosciamo, laddove fosse davvero necessario.

M.D.V.

I motivi per cui la SuperLega è una minaccia da scongiurare, sono molteplici.
In primo luogo, non si può sopprimere un’istituzione come la UEFA (nonostante essa sia palesemente incapace) per favorire una associazione privata composta da aziende private con enormi fatturati e pieni di conflitti di interessi.

È assurdo anche solo pensare che aziende già dominatrici del calcio europeo (economicamente e sportivamente) possano dominarlo anche da un punto di vista politico. Le modalità con cui è stata forzata la mano sa di golpe a tutti gli effetti ed è davvero assurdo come questo attacco sia stato visto, da molti giovani, come un elemento positivo (addirittura estremamente positivo) e di rinascita sportiva.

Chi è contro la SuperLega non è necessariamente pro UEFA, anzi. Affermare che la SuperLega sarebbe potuta diventare una competizione “ammazza-calcio” non porta ad appoggiare la UEFA, come istituzione e rispetto alle scelte portate avanti da essa nel corso degli anni.
Si dovrebbe non essere d’accordo con le manovre politiche della UEFA ma a favore di una istituzione che ponga davvero le basi per una crescita sana, competitiva, non drogata (finanziariamente) e che rispetti i valori dello sport che noi tutti amiamo.

Infantino e Ceferin
Infantino e Ceferin a colloquio (📷/ Getty Images)

Il FFP è una schifezza? Certo, ma combattiamo per qualcosa di più giusto e più etico, non per il disastro annunciato che la SuperLega avrebbe inevitabilmente portato.
Se il dato politico, a mio modo di vedere, ci racconta questa cosa, il dato sportivo va nella stessa direzione e batte sugli stessi tasti.

La mossa di privare il mondo del calcio del tifo (che è una parte fondamentale, qualcosa su cui si basa il calcio stesso) è davvero scellerata. Tutto questo a favore del vile denaro.
Si sarebbe ammazzata la competizione nei campionati nazionali (ammesso e non concesso che si sarebbero potuti iscrivere, i club della SuperLega) a favore di una sola competizione che, a lungo andare, avrebbe annoiato ed avrebbe procurato – però – molti più danni economici rispetto ai benefici.

Anche in NBA (se il rifermento dei fondatori della SuperLega è questo – e mi permetto di dubitarne) il Commissioner (Adam Silver, ndr) sta cercando di creare più competizioni possibili (ad esempio con la G-League). I club potenti, invece, volevano lavorare in assoluta controtendenza. Nessun incentivo meritocratico o competitivo. Club “più deboli” dei vari campionati nazionali costretti a raccogliere briciole che sarebbero diventati presto delle succursali delle 20 big del calcio europeo (e quindi mondiale).

In più l’assurda creazione di una ripetitività delle grandi sfide che hanno fatto diventare il calcio ciò che è ora. Riproporre, almeno 2 volte all’anno, i big match europei avrebbe appiattito tutto. Sarebbe diventato un campionato internazionale con le stesse dinamiche di un campionato nazionale (big match e sfide meno appetibili).

Per finire, oltretutto, si dovrebbe passare al lato sentimentale che, ognuno di noi, sviluppa in maniera differente. Sarebbe diventato tutto troppo asettico. Si sarebbero guardati solo bilanci ed acquisti. Qualcuno potrebbe obiettare che già accade ora. Vero, però si dovrebbe andare nella direzione opposta.
E poi, almeno ora, c’è ancora il tifo e la rivalità!

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